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Il 18 Agosto 1917 l'Esercito Italiano scatena una poderosa offensiva, denominata poi "penultima battaglia dell'Isonzo". L'offensiva, nonostante alcune vittorie parziali e il sacrificio di migliaia di uomini, non si rivelò determinante per le sorti del conflitto, ma riuscì tuttavia a logorare l'esercito nemico, tanto da costringere il generale austriaco Arz a chiedere l'aiuto delle truppe germaniche. Seguirà l'infausta "dodicesima battaglia dell'Isonzo" (24 Ottobre - 9 Novembre) con la disfatta di Caporetto. Ma questa è un'altra storia...

 

 

CARSO 17-20 AGOSTO 1917

 

 

GIOVEDÌ 16 (ultimi appunti sull’agendina)

Questa sera alle undici, mi trasferisco col reggimento al famoso VALLONE. Lascio questo taccuino nella mia cassetta per ragioni militari e continuerò queste note in foglietti staccati da aggiungere, spero, in seguito.

Scrivo senza tristi presentimenti, ma da buon soldato alla vigilia di un’epica battaglia. Può darsi che altri raccolgano questo taccuino amico devoto di questi ultimi mesi di guerra. Io prego in ogni caso che esso pervenga presto o tardi nelle mani di mio padre: Ferri Ernesto, corso Vittorio Emanuele 258 – Roma. E mio padre e la buona mamma e i fratelli cari leggeranno queste pagine con commosso orgoglio e ricorderanno il loro Cesare che fu forse una cattiva lana (?) ma fu soprattutto ed in ogni caso un buon Italiano!

L’attesa ansiosa di questa vigilia d’armi è densa di emozioni. Le circolari dei Comandi superiori che arrivano di tratto in tratto a consigliare, ad ammonire, ad informare… Le disposizioni dei comandanti diretti, i preparativi di movimento… E tutto l’enorme trambusto di retrovia… I carri – automobili che vanno con truppe e munizioni, le file interminabili di uomini, le colonne eterne dei carriaggi, le auto di comandi, le carrozze, i muli someggiati, i carriaggi d’artiglieria, le ambulanze… Milioni e milioni di esseri animati, di materiali, i quali ad un ordine, ad un cenno, ad un dato movimento, in un’ora indicata dovranno prendere il loro posto, compiere la loro opera, scatenare l’urto immane della battaglia, suonare la diana della morte, della vita, della gloria, della Vittoria!

Avanti, avanti!

Beati i miei 23 anni che io dono con gioia per una più grande visione di avvenire, per una più forte, più civile, più temuta Italia!

 

 

 

VALLONE DI DOBERDÒ

 VENERDÌ 17 AGOSTO SERA

 

 

 

SERA

Notte buia. Vento e gocce di pioggia. Il “vallone”, già parentesi del mio passato di guerra, è immerso nella oscurità più fitta, rotta qua e là da fiammelle di candele accese nelle baracche, e dai soldati che si preparano a passare la notte all’addiaccio.

Non si scorge nulla, ma dal brusio che sale e da quelle luci sparse ovunque si pensa ad un formicaio d’uomini.

Quanti reggimenti? Brigate? Divisioni?

Siamo stanchi. Si sente nell’animo l’ansia angosciosa di un’ora solenne.

Che sarà di noi domani?

*   *   *

Siamo scesi dalla bellissima carrozzabile provenienti da Polazzo. Lungo la marcia, non lieve, ci ha sorpresi più volte il bagliore accecante del riflettore nemico. Uno dei due mostruosi occhi dell’ “Hermada”.

Ho raccolta, come un augurio, la frase di un mio sergente: - Chissà se domani sera guarderà ancora quel cane! –

*   *   *

Attraversato il fondo del “Vallone”, che mi ha ricordato dei camposanti di guerra con delle croci bianche di pietra e di legno giallognolo. Ci siamo inerpicati per il versante opposto, di fianco a “base Ferleti” - / rammento la tomba di Giuliano Bonacci / - . Attraverso alla pietraia carsica, a buche, a camminamenti profondi, a soldati addormentati; fermandoci sotto una specie di trincea costruita con “muretto a secco” e sacchetti di terra.

Poco per volta, i miei uomini sono a posto e come hanno accompagnata la faticosa ascesa coi caratteristici brontolii del “Fante”, così con esclamazioni soddisfatte e qualche motto semplice di spirito, si buttano a terra e… chiudono gli occhi.

Io, ed il mio buon collega milanese – Confalonieri, figlio di noto scultore – non tardiamo ad imitarli con a fianco la fedeltà dei nostri attendenti.

 

SABATO 18 MATTINO

Questa notte sono venuto a svegliarmi alle tre. Un portaordini reggimentale con un biglietto. Mi sono svegliato un poco faticosamente, ho letto, ho firmato per presa conoscenza, “domattina (cioè questa mattina il biglietto porta la data di ieri) alle ore 6 le nostre artiglierie inizieranno il fuoco di distruzione. Prevedendo una probabile reazione nemica mettere la truppa al riparo”.

Questo all’incirca il tenore del biglietto. Ho chiamato il collega, i sottufficiali. Abbiamo preso, subito, accordi.

Dietro il muricciuolo della trincea, dentro corti ma profondi camminamenti che dovevano terminare in gallerie attualmente appena iniziate, sotto qualche sasso, la truppa si riparerà alla meglio. Nessuno di allontani alle 5 è arrivato il caffè. Alle 6 è cominciata la grandiosa sinfonia del cannone

*   *   *

L’alba di stamane mi ha data la visione indimenticabile di quanto doveva accadere.

Quota 208 Nord, quota 208 Sud, base “Ferleti”, base “Bonetti”, …. Tutto il “Vallone” storico è, non trovo proprio altra espressione, un vero e proprio – formicaio umano – Ho pensato di fare un calcolo approssimativo, ma vi rinuncio. E arrivano soldati…

*   *   *

 

Sera.

Il bombardamento è continuato per tutta la giornata come si è iniziato all’alba: calmo, metodico, terribile. Deve avere prodotto effetti di distruzione di una  precisione matematica. A colpi isolati, a raffiche di batterie … di tutti i calibri.

Distante da noi un centinaio circa di metri, spara un mostruoso obice da 280 mm. – è uno schianto che ferma il sangue. Si avverte lo scuotimento del terreno e lo spostamento dell’aria. Al colpo segue un sibilo, un urlo, lo stridore di una carriola arrugginita con pesante carico. È il proiettile che parte, in una vampa, lasciando davanti la bocca del mostro una nube di fumo e il polverio della terra sollevata. Chi sta attento vede il proiettile uscire e lo segue nel primo balenio della sua corsa.

Il mio collega dice quasi invariabilmente: “prendi questo!”.

*   *   *

La giornata è trascorsa nei preparativi. Ci si è preparati come per fare “buona figura" in una manovra, davanti a un generale.

La … manovra dei giorni che verranno non deve svolgersi davanti a tutta la Patria, al mondo civile, alla storia?

Due sacchetti a terra per ogni uomo, due bombe a mano, i viveri di riserva, la borraccia piena della preziosissima acqua.

Ho pagato la cinquina arretrata.

Ho fatto distribuire a tutta la compagnia – cinquantadue – lire di vino, somma guadagnata raccogliendo bossoli di cartucce sparate, rottami di proiettili esplosi.

I soldati sono rimasti contenti perché i cantinieri hanno l’ordine di non vendere vino e liquori.

Penso: - il nemico ubriaca i suoi soldati prima di lanciarli a l’assalto. Noi gli proibiamo di bere eccessivamente.

Non c’è forse in noi tutti la ferma volontà di vincere?

*   *   *

Davanti una baracca di artiglieri, sopra le nostre truppe, abbiamo impiantata la mensa di battaglione. Nel furore delle artiglierie, allegramente alle 12 ed alle 6 abbiamo fatto onore al pasto. Il nostro comandante, un capitano non ancora vecchio di età, ma vecchi di esperienza militare,  - reduce di Libia – ha detto: - Fa piacere, trovarsi in una mensa di ufficiali così allegra, alla vigilia di un’azione!

E dava l’esempio….

----------------------------- E dando l’esempio due giorni dopo alla testa del suo battaglione in uno slancio superbo d’assalto è morto (nota del 20 . ore 14)

*   *   *

Il nemico ha risposto debolmente. Deve essere rimasto sorpreso. In tutta la giornata tre o quattro colpi di trecentocinque contro il nostro petulante duecentottanta. Il primo troppo avanti gli altri troppo indietro. Il secondo è andato a colpire la strada, in fondo al vallone. Passava un autocarro. Credevamo di vederlo saltare in aria. Attraverso il primo i rottami, le schegge, ha continuato imperterrito la sua corsa.

E’ tardi. Ovunque un bagliore di riflettori, un guizzare fantastico di lampi.

Abbandoniamoci nuovamente fra le braccia di Morfeo, nel grande concerto del cannone!

 

Domenica 19 mattino

È venuto questa notte il collega Pescatore, il bravo e simpatico aiutante maggiore del battaglione. Mi ha faticosamente fatto aprire gli occhi, ascoltando sorridendo le mie proteste /  è la maniera quella di disturbare la gente che dorme? / e mi ha messo sotto il naso un foglio.

- leggi e firma!

Ho letto ed ho firmato!

Poi una scossa al collega addormentato

-         cosa c’è!

-         C’è che domattina alle 8 le nostre fanterie escono all’assalto e noi siamo quasi di immediato rincalzo

-         Va bene. Che ora è?

-         Le due!

-         Non me lo dovevi dire domattina? Auff!...

Si è voltato dall’altra parte ed ha ripreso il sonno interrotto.

*   *   *

Sono le sei. Fra due ore, penso, il fante scriverà una mezza pagina di sangue e di gloria. E noi correremo su a portare l’aiuto fraterno.

Sono tranquillo. Ho pensato a tutto.

Il mio attendente è andato a chiudermi ne la cassetta il libro delle mie memorie che ha visto da due anni a questa parte tutti i fronti della nostra guerra. Dal Podgora insanguinato, al S. Michele tenacemente caparbio, allo Zebio, lembo di suolo italico in mano nemica, al Col di Lana.. nevoso, al M.te Nero pauroso, al Pasubio famoso nella via di Trento. Mi notava il Carso “vorace e ardente”, come me lo descriveva un valoroso collega del mio paese di Romagna ed eccomi qui da due mesi circa e preparato a viverlo in un’ora di gloria e di sangue.

Ho fatto pure chiudere nella cassetta scritti per persone care. Il collega Milanese (Confalonieri ndr) mi ha dato l’indirizzo della famiglia e della fidanzata. Se muoio – mi ha detto – scrivi!

Ho scritto un’infinità di cartoline ed anche con date successive per la famiglia.

*   *   *

Il mio piccolo orologio mi rammenta il fratello minore che me lo ha dato / segna le 7 e 45 ora ufficiale.

Cosa avviene? Un rombo altissimo, lontano, che si avvicina rapidamente… diviene un rombo maestoso che supera il fragore del cannone.

Il “fante” è col naso per aria. Sorridente, contento. Ed esprime la sua soddisfazione con un grido: l’Italia vola! E sono venti, cinquanta… quanti? Velivoli tricolori , che vanno verso la battaglia. Uno spettacolo indimenticabile! Vengono a squadre, poi si scompongono, si aprono a ventaglio, si sparpagliano ovunque.

                                            Sono spariti.

Poi alcuni tornano Bellissimi. E vanno e vengono… Dalla battaglia a noi, gettando razzi, biglietti.

Sono di collegamento… Uno dei più preziosi servizi.

Belli, bravi, audaci! Il “Fante” li ama come fratelli!

Specie noi che vedemmo nel Luglio scorso “Ruffo di Calabria” affrontare sei nemici, incendiarne uno, abbatterne un secondo, fugare gli altri.

Da quel giorno non sono più venuti nella trincea e… il Fante vuol bene al mio aviatore ed è tutto contento quando un rombo altissimo gli assicura che… l’Italia vola!

*   *   *

Le nove circa. Il comandante del battaglione ci ha chiamati. Si parte subito!

Il cannone urla terribilmente ovunque. Arrivano le prime notizie per telefono: il Fante ha conquistato Selo!

E passano, mentre il battaglione comincia a sfilare per uno, le spaurite colonne dei prigionieri. Molti! Così presto?

Più in alto la figura solenne del nostro colonnello ci guarda. Ha un sorriso per tutti gli ufficiali. Uno sguardo fraterno per tutti questi suoi figlioli.

Penso che salirei più volentieri verso la mischia terribile, se mi posasse un bacio sulla fronte.

La compagnia di coda finisce di sfilare. Mitraglieri avanti!

*   *   *

Sostiamo in una dolina. C’è anche la terza compagnia coi colleghi Ferri / un simpatico omonimo napoletano / e Pennetti, il comandante. (Povero Pennetti, non vedrai più la tua Napoli e il tuo mare che sembrava ti avesse donato un poco della sua dolcezza! Ma sei caduto da Prode!)

Sparano le piccole artiglieria sparse qui, dietro ogni macigno, senza tregua. Queste “pettegole” sono il terrore del nemico. Con una rapidità di tiro eccezionale compiono stragi. Sono le mamme del fante. Lo difendono, lo seguono, lo aiutano sempre.

Quando il fante si trova in pericolo getta un razzo di un determinato colore. Parla con la sua artiglieria. Ed a seconda dei colori dice: - Il nemico è nella nostra linea, occorre schiacciarlo con l’artiglieria – oppure:  - la nostra artiglieria spara corto, allungare il tiro – oppure: - Il nemico attacca, occorre fuoco di sbarramento. la situazione è tornata tranquilla…. ecc.

E le “pettegole” ubbidiscono con precisione, con celerità, con terrore soprattutto, dell’avversario.

*   *   *

C’è qui con la terza compagnia un aspirante giunto stamani con altri colleghi. Sono dell’ultimo corso di Modena. Credevano di trovarsi a riposo. Sono vestiti in diagonale. Uscire dalla scuola di Modena con tanti sogni e trovarsi così subito a contatto con una talmente tragica realtà!

Questo ho pensato subito. Poi li ho visti fra i soldati a dare ordini ed a parlare. Sembrano vecchi guerrieri e sentono il cannone forse per la prima volta.

La nostra è una magnifica razza!

*   *   *

Arrivano i miei mitraglieri e si gettano a terra stanchi dopo di aver posato delicatamente il materiale. Sono da ammirare. Vengono su ciarlando, fumando ed hanno, oltre al tascapane, al fucile , alle munizioni, alle bombe, al telo, alla mantellina, come tutti gli altri, hanno anche il materiale. La mitragliatrice col manicotto pieno di acqua, o il treppiede pesante trentadue chili, o la cassetta munizioni con otto caricatori e quattrocento cartucce, o i pezzi di ricambio, o i bidoni per l’acqua……

In ultimo quel matto di Confalonieri. Agita il suo contorto bastone – guai a toccarglielo! – e declama: - Canteranno le belle mitragliatrici! ….

E canta coi colleghi la solita: FROU FROU DEL TABARIN!

…………………………………………….

*   *   *

ORE 15

Sono in una galleria, o per meglio dire caverna, in attesa del comandante di battaglione.

Mi stupisco di esservi arrivato.

Dove sono rimasto? Ah, alla dolina con la terza compagnia.

Avanti! Si prosegue… e inoltrandoci verso la lotta si fanno più evidenti i nuovi segni di distruzione.

Passano feriti, passano prigionieri.

 Un ufficiale nemico con la testa bendata, ma non certo grave, mi stende la mano. Lo guardo fisso. Che sia un irredento? ma per non sbagliare non gli stendo la mia.

E poi… Cesare Battisti si è fatto piuttosto impiccare ! …

*   *   *

Dolina che porta per nome una data: 24 Maggio. L’ultima offensiva. Vi ho raccolto un quadretto: - Due prigionieri seduti e vicino un nostro soldato che diceva a tutti con due occhi sfolgoranti: - Li ho presi io! – Poi ha visto scaricare delle marmitte. Ha chiamato un commilitone: - Guardali! – Ed è scappato, tornando con due gavette di pasta ancora fumante. L’ha offerta ai suoi due prigionieri che si sono messi a mangiare avidamente.

E non dimenticherò l’atteggiamento di quel nostro soldatino inginocchiato davanti ai due nemici, tutto intento a guardarli, felice che essi facessero tanto onore al rancio offerto.

*   *   *

Abbiamo attraversato la dolina dalla data storica. Una corsa allo scoperto…. Si sente il tac – tac – tac – di una mitragliatrice nel cielo. Dentro un nuovo camminamento e avanti. Ecco la linea “Bari”. Fu da questa linea che assistemmo alla vittoria del cielo di Ruffo.

Ricordo…

Un bombardamento infernale. La vita salva per miracolo assieme al Capitano che tenne per pochi giorni il comando della compagnia, un fantastico combattimento a l’alba… Emozioni passate.

Ecco “Dolina Revelli”. Più avanti, un centinaio di metri, c’è la nostra vecchia prima linea di resistenza. Veccia…. Da stamane. Da quando l’hanno abbandonata i fratelli eroici per l’assalto vittorioso.

*   *   *

Poi che è avvenuto? Il battaglione ha occupato la “linea di resistenza”, noi ci siamo fermati nella trincea – camminamento che collega la “Dolina Revelli” con detta linea.

Le prime ore del pomeriggio. Un caldo soffocante, un’aria faticosamente respirabile. Più avanti, dove si combatte, una enorme nube di fumo………… ..…………………………………………………………………………….

Ad un tratto si è scatenato l’uragano tremendo di un bombardamento.

Credo che ci abbiano visto arrivare. Un inferno. I proiettili di medio, piccolo, grosso calibro, cadono a destra, a sinistra, vicini, lontani, in pieno…

Attesa rassegnata!

Un fumo irrespirabile, una pioggia di sassi, un ronzio di schegge, un sibilo di proietti, uno sgranarsi di colpi!

Ecco…. Un urlo, uno schianto, un polverone che oscura il sole. La pioggia dei detriti d’acciaio e di pietra. È passata. E mentre dico – è passata! – un colpo fortissimo sulla spalla sinistra. Un soldato che vi ha appoggiata una mano, la ritira sanguinante e parte per il posto di medicazione. La mia spalla resta indolenzita.

Arriva Confalonieri che vuole notizie e mi porta nomi di feriti. Li scrivo.

Un altro urlo più potente del primo. Un nuovo schianto che fa traballare la terra.

-         Che c’è di nuovo?

-         Tre sepolti.

Vado a vedere. Uno ha fuori quasi tutto il busto, uno la sola testa ed una è scomparso. Al lavoro… Intanto arriva un soldato:

-         Sig. Tenente!

-         Che c’è!?

-         Un colpo è andato nel deposito munizioni di Dolina….. Brucia.

-         Siete andati a vedere?

-         Signorsì. Due cassette di bombe e non molte di cartucce a pallottola.

Corro sul posto. Non ci si poteva far nulla.

-         Cercate di stare tutti dentro il camminamento. Non si può passare oltre i sepolti che stanno estraendo tutti vivi, ma se serrate sotto ci stiamo…

Il piccolo deposito brucia. Le cartucce scoppiettano con lo stesso rumore di certi rami verdi nel fuoco.

Il lavoro di disseppellimento prosegue alacremente- facciamo coraggio ai semisepolti.

-         Sig. Tenente… Ho le gambe rotte!

-         E ti lamenti minchione – gli grida testualmente il collega Confalonieri suscitato una risata – Non pensi che ti potevi rompere la testa? Prendi… fuma! – e gli mette in bocca una sigaretta.

-         A terra!

Non si può definire un colpo, uno schianto. Qualche cosa di simile ad un boato. Ho pensato: - è finita! – Buio completo per qualche minuto. I soldati si sono messi istintivamente la maschera. Una pioggia di proiettili che non finiva più….

Il deposito di munizioni ha terminato così di bruciare.

Due feriti.

I tre sepolti se la sono cavata con poco. Quello ch’era scomparso è uscito per primo. Incredibilmente illeso. Tremante. Ha chiesto da bere e la sua cassetta munizioni. Degli altri due uno ha avuto una gamba ferita, l’altro ambedue spezzate.

*   *   *

Ho visto i primi morti. Due pietosamente coperti da telo da tenda. Un terzo mi ha impressionato: stava, s’intuisce, per entrare in una stretta buca scavata sotto la trincea. Aveva dentro le gambe, quando una cannonata gli ha rovesciato addosso il parapetto di sacchetti. È rimasto soffocato al ventre, ne la morsa dei sacchetti, sospeso sulla buca.

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È passato un Sergente su di una barella insanguinata. Era un ammasso di terra, di sangue, di vesti a brandelli… Il camminamento troppo stretto costringe il doloroso convoglio a fermarsi. I portatori hanno sollevata la barella sopra trincea superando la difficoltà. Nel passarmi davanti il ferito con la testa fuori della barella, ha avuto un gettito di sangue dalla bocca che è schizzato nelle mie fasce. Mi ha detto: - Scusi Signor Tenente! - Gli ho stretto la mano incoraggiandolo ed il valoroso giovane ha avuto ancora la forza di dire: - Debbo andarmene troppo presto Sig. Tenente! -

*   *   *

Anche in questa Dolina, dove attendo il mio Capitano, ho dovuto subire una emozione simile a quella di poco prima. Una granata ha appiccato fuoco ad una baracca. Accorre un tenente del genio. – Ragazzi, attenti che c’è un deposito di bombarde! ! Se scoppiano queste chi la trova più la dolina?

Mentre però io ho scritto il bravo tenente e pochi uomini hanno spento il piccolo ma pericoloso incendio.

 

Ore 18

Attendo da un piccolo ricovero l’imbrunire, per spostare la compagnia su la primissima vecchia nostra linea di “vigilanza”. Sono alle dipendenze del Comando del 236 Fanteria. Ho parlato col comandante, un Colonnello che ha tutte le caratteristiche del “vecchi soldato”. Deve essere un Emilano o Romagnolo. Quando gli ho declinato il nome del mio paese di nascita mi ha parlato in dialetto.

Mentre parlavo con lui arriva un portaordini con un biglietto. Era di un tenente che scriveva dalla prima linea: “Abbiamo un battaglione nemico nelle nostre mani! Evviva il 236!”. Il Colonnello, raggiante, dispone per l’accompagnamento dei catturati.

*   *   *

Sentiamo un rumore di voci. Il collega Confalonieri mette fuori la testa e comincia a gridare anche lui. Poi si presenta a l’ingresso del ricovero una faccia nemica che borbotta nella sua odiosa lingua. È un maggiore. Voleva fermarsi nella Dolina perché tiravano, mentre il soldato che l’accompagnava doveva condurlo al Comando. Naturalmente il nemico ha dovuto cedere, vedendo anche la faccia terribile del mio collega.

*   *   *

Arriva un Tenente dalla prima linea. Ci chiede dell’acqua, calda come fosse stata levata dal fuoco, è stata bevuta un minuto prima. Ci chiede del pane. Non possiamo accontentarlo. Però quando avremo fatto lo spostamento manderò la corvetta a prendere tutto. Egli attende fiducioso, poi il Colonnello lo manda via con un ordine…

Il frastuono della battaglia non ha tregua.

Ore 20,30

La mia compagnia è qui sopra, lungo la trincea ch’era questa mattina, prima dell’assalto, a contatto del nemico. Le armi appostate. Ho mandato a prendere i viveri e l’acqua. Io sono qui in una Dolina, vicino al Comando di Reggimento…..

Ho saputo dal Colonnello le sorti di domani: - Alle otto le fanterie riprenderanno l’assalto!

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Ore 22

È arrivata la courvè. Per prendere molta acqua hanno abbandonato la pasta. Portano: caffè, vino, acqua, pane!... Si beve ed è tutto!

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Le nostre artiglierie preparano l’assalto di domani con un fuoco che non dà tregua.

Il nemico risponde debolmente. Risparmia i suoi proiettili per domani…

 

LUNEDÌ 20

Alba

Scrivo dall’interno di una caverna che ora è piena di soldati. Fuori è uno spaventoso inferno di colpi. Il nemico ha presentito l’attacco e tira contro i rincalzi. Furiosamente.

*   *   *

Questa notte hanno portato al Comando di Reggimento due magnifiche mitragliatrici nemiche, …..issime. le portavano quattro soldati. Un ufficiale le ha prese in consegna ed i quattro soldati sono tornati al loro posto.

*   *   *

Il bombardamento nostro di mano in mano che si avvicina l’ora dell’attacco si fa più intenso. La zona di Selo è avvolta in un densa nebbia… Il frastuono non ha nome. Lo spettacolo è indescrivibile. Non c’è penna di poeta o pennello d’artista che possano ritrarne la grandiosità.

 

Ore 8,30

Sono andato e tornato dal Comando di Battaglione. Non vi ho trovato nessuno. Il mio battaglione è partito.

Sono vivo e mi sembra un sogno.

Tornavo correndo per raggiungere la compagnia, pensando a l’incognita del mio battaglione partito. Il nemico sparava, sparava…

Uno schianto, un nuvolone nero, un urto formidabile… Mi sono trovato a terra. Quando ho cercato di alzarmi mi è stato impossibile. Avevo sulle gambe un cumulo di macerie. Mi sono accorto allora che altri due soldati si trovavano semisepolti vicino a me e altri ancora lavoravano per disseppellirci. Ho visto un caporale perdere copiosamente sangue dal capo e correre via. Sentivo un dolore acuto alla gamba destra. Ho pensato: - È spezzata! – Dopo dieci buoni minuti ho continuato il cammino zoppicando col ginocchio contuso. Poi camminando il dolore è quasi scomparso, ma ora che sono fermo continua… Il ginocchio è gonfio.

*   *   *

In compagnia era ad attendermi un portaordini con un biglietto:

- Comando N° 1120 comp. Mitraglieri, mi raggiunga cimitero Selo ove spostomi Battaglione. Ore otto inizio movimento. A qualunque costo io tengo il fronte Cimitero Selo, fino a metà strada - Selo. Appena raggiunta linea cerca collegamento con me.

Com.te Batt.ne .. Cap.no RONCATO

Ore 7,30 20 agosto

*   *   *

Parto!

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Ospedaletto da campo

Pervignano 21 Agosto

mattino

L’avanzata sotto un fuoco tremendo di sbarramento, la sosta in una Dolina che fu sino a due giorni prima austriaca, lo scoppio di tre mostri d’acciaio e di ferro… - un dolore sottile e acuto al fianco – lo sbalzo sotto il tiro di una mitragliatrice dal cielo, la morte eroica del mio Comandante di Battaglione, il ginocchio che si rifiuta di sostenere il peso del colpo…

E il ritorno con due feriti, alla testa uno, alla mano l’altro, che mi sostenevano. L’angoscia di quel ritorno sotto un martellare di colpi….

Il posto di medicazione…. Un lungo cammino… l’autoambulanza…..

*   *   *

In una “Dolina”:  qui, mi dissero, è caduto il Tenente Bignardi di Roma. Una granata. Era uscito febbricitante da un luogo di cura. Aveva otto giorni di riposo. Li ha rifiutati ed ha voluto prendere parte alla lotta. Comandava la decima compagnia…

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Una candida cameretta d’ospedale…

La mente si smarrisce nel silenzio, nella pace direi quasi Francescana di questo luogo di cura improvvisata e vola alle visioni tragiche ed eroiche della battaglia, come ad un sogno…

Il frastuono enorme della battaglia giunge con un cupo rombo lontano! …

 

 

BREVE GLOSSARIO (a cura della Redazione):

 

Dolina: tipico fenomeno carsico. Avallamento o più precisamente depressione del terreno formatasi spesso per effetto di erosione e corrosione.

Monte Ermada (o Hermada): è più precisamente una collina, strategicamente prossima a Trieste, composta da una serie di cime tra loro vicine. Attualmente Le sue propaggini orientali sono in territorio sloveno. Uno degli obiettivi principali dell'offensiva della III Armata, cui apparteneva il Battaglione del nonno, era la conquista del caposaldo nemico dell'Hermada. Gli Italiani non riusciranno mai ad espugnarlo. Conserva tuttora tracce di trincee e camminamenti.

Ferletti (Ferleti): oggi è frazione del Comune di Doberdò del Lago , in provincia di Gorizia

Polazzo: oggi frazione di Fogliano-Redipuglia

Selo: località, oggi in Slovenia, posta sulla linea difensiva austriaca.

Zebio: in seguito alla poderosa offensiva della primavera 1916 denominata “Strafexpedition” (“spedizione punitiva” contro gli Italiani che non avevano rispettato la Triplice Alleanza) gli Austriaci, pur non riuscendo nell’impresa di sfondare le linee del Pasubio per accedere al Po, riuscirono ad attestarsi in alcuni punti strategici. Uno di questi fu il monte Zebio che permetteva una formidabile visuale. Qui il nemico costruì un poderoso sistema di fortificazioni. Gli Italiani, attestatisi alle pendici, tentarono quasi ininterrottamente per un anno, fino all’estate del ’17, di riconquistarlo con arditi attacchi all’arma bianca sotto il fuoco nemico. Ma nonostante alcune vittorie parziali non riuscirono a raggiungerne la cima.