sabato 28 maggio 2022    Registrazione  •  Login
 
   
 
   
   
   
 
 

E QUELLA CASA IN MEZZO AL VERDE...

Via Monte del Gallo

 La casa romana di via Monte del Gallo fotografata da dietro

Pubblichiamo l’intervista rilasciata da alcuni zii nel corso di una riunione di Ferri svoltasi alla fine degli anni 90, sull’infanzia che hanno trascorso nella storica casa di via Monte del Gallo. Nel frattempo rimaniamo fiduciosamente in attesa di ulteriori testimonianze. 

  

ZIO ERNESTO

 

Zio Ernesto, ci vuoi raccontare i tuoi primi anni di vita in via Monte del Gallo?

Per la verità sono nato in Via Giulia, 89, precisamente nello stesso palazzo in cui abitò per un certo periodo D'Annunzio che, raccontava Mammà, usciva ogni mattina ben vestito, col pizzetto, a portate a spasso i suoi levrieri. In Via Monte del Gallo sono nati, credo, tutti i fratelli a partire dalle gemelle.

Hai dunque visto nascere un po’ di fratelli in questa casa?

Mai. Ad ogni lieto evento mi spedivano sempre via. Ad esempio ho sentito nascere per telefono le gemelle: ricordo che ero a casa di Glabri, nostro cugino, morto recentemente. "E' nata una femmina" fu l'annuncio. Dopo un quarto d'ora, senza nemmeno avere il tempo per esprimere fino in fondo la mia gioia per la nuova sorellina, ricevo una seconda sbigottita comunicazione telefonica: "Ne è nata un'altra!". Ricordo pure, ad ogni nascita, il via vai di infermiere levatrici e medici di controllo con medicinali. Anche Arnaldo è nato lì come Andrea.

Ci puoi descrivere la vostra casa?

Era completamente in mezzo al verde, circondata da prati. L'unica casa vicina era quella di Monsignor Ponti, dove abitava Checco (Francesco) Rocchi, amico per la pelle di Franco. In questa casa noi abitavamo tutti il primo piano, in cui si trovavano quattro camere da letto, il salotto e uno studio di papà e tutto il seminterrato, dove c'erano gli uffici di papà, sede anche della Casa Editrice della rivista "Giovanissima" e, separate, la sala da pranzo e la cucina ed infine la camera da letto ed il bagno del personale di servizio. Da sotto partiva una scaletta che conduceva al nostro giardino, ricco di alberi da frutta che papà aveva fatto piantare. Al piano di sopra c'erano altri inquilini, i quali acquistarono poi il palazzo, gli Abbondanza. Sono poi subentrate delle suore. La casa fu costruita poco prima che ci andassimo ad abitare. Avevano proposto a papà di entrare nella Cooperativa per acquistarla, ma in quegli anni questo non gli fu possibile. Una notizia indiretta su questa casa dopo la nostra presenza l'ho avuta casualmente pochi anni fa: la Casa Editrice di un libro sugli antichi giochi romani che stavo leggendo ha sede proprio in Via Monte del Gallo, 26.

Quindi, avendo abitato qui dai dieci anni in poi, conserverai di questa casa i ricordi più intensi della tua gioventù?

Ricordo la guerra e le preoccupazioni di papà, che presentiva ciò che sarebbe accaduto. Ricordo la difficoltà di trovare cibo ed il nostro vitto abituale a base di foglie di cavolo. Ci si affidava spesso alle voci su dove rifornirsi per il sostentamento quotidiano. Un giorno mamma ci rivelò che, a quanto si diceva, a Viterbo si trovavano le patate a poco prezzo. Mi recai lì in treno e, siccome le vendevano in sacchi da 80 kg l'uno, dovetti caricarmene uno sulle spalle. Ricordo il lungo tragitto dalla stazione San Pietro fino a casa, che fatica!

Altri ricordi?

Ero militare, sempre in quegli anni caldi, nel corpo dell'Aeronautica. Come studente di ingegneria ero stato destinato a un corso di addestramento. Mi trovavo in caserma nel momento in cui ci fu il bombardamento. Nel '43 infine, prima ancora di trasferirci a Milano soggiornammo provvisoriamente al Palazzo delle Scimmie, dove papà aveva la sua Casa Editrice. Era un'avventura per Mammà sfamare i figli: un giorno, siccome mancavano gas ed elettricità, dovemmo bruciare delle scaffalature di legno che erano in ufficio per farci da mangiare.

Raccontaci la tua vita di studente.

Io andavo a scuola al "Virgilio" di Portico D'Ottavia, a Trastevere. Facevo tre/quattro chilometri a piedi la mattina e nel tragitto passavo sotto casa di due miei compagni, con i quali andavamo a prendere un quarto ed insieme raggiungevamo la scuola. Nonna Rosa (materna, n.d.r.) ogni mattina presto passava per portare tutti gli altri fratelli a scuola con  macchina  ed autista (Santino, n.d.r.). L'auto era targata "Corpo Diplomatico", particolare che a nessuno dispiaceva esibire. Poi feci l'università alla Città Universitaria, che oggi si chiama "La Sapienza", dal nome dell'antico ateneo.

Chi era il figlio più turbolento?

Franco! Ne ha combinate di tutti i colori. A scuola Mammà, che si interessava molto dei figli, veniva spesso convocata dalle professoresse di Franco. Del quadro disastroso che le insegnanti presentavano a Mammà non mancava mai, tuttavia, una frase preliminare ("è intelligentissimo") ed una conclusiva ("ma quant' è simpatico!"). Esasperata dalla situazione scolastica di Franco, che marinava la scuola e non faceva i compiti e dalle continue minacce degli insegnanti, Mammà decise infine di ritirarlo dalla scuola e di tenerlo a casa facendogli impartire ripetizioni, in quanto riteneva ormai scontata la bocciatura. La sorpresa giunse per lei casualmente al termine dell'anno scolastico, incrociando un'insegnante: Franco era stato promosso!

 

Monte del Gallo di Fronte

La casa, vista di fronte 

 

ZIO ARNALDO

 

Hai vissuto i primi dieci anni della tua vita in questa casa. Quali immagini ti sono rimaste particolarmente impresse?

Poche e frammentarie: ad esempio l'auto nera di Zio Francesco ferma davanti al cancello, l'autista Santino, Nonna Rosa che mi aspetta per portarmi alla Nunziatura a giocare in giardino. Immagino che ciò succedeva quando mamma voleva un po’ di pace. Dicevano che ero scatenato. Ricordo poi, risalendo Via Monte del Gallo, un centinaio di metri più in su, una latteria - bar. Ogni tanto mi mandavano a comprare il latte. Un giorno, uscendo dalla latteria, trovai cinque lire per terra, erano di carta ed arrotolate come una sigaretta. Mi chinai a raccoglierle e fui più veloce di una ragazzina che stava facendo la stessa cosa. Non saprò mai se quella ragazzina le aveva perse o anche lei le aveva viste nello stesso momento. Corsi giù per la strada con le cinque lire e il latte con questa ragazzina a piedi nudi che mi inseguiva con uno zoccolo in mano, finché mi chiusi dentro al cancello.

Altre immagini che richiamano il periodo della guerra?

Una notte limpida o una sera, comunque era buio, stavamo da qualche parte in casa in Via Monte del Gallo, non so dove: ricordo il rumore degli aerei, i boati lontani e anche qualche bagliore. Mi dissero, qualche anno dopo che quello era stato il bombardamento della stazione di San Lorenzo. Ricordo poi una giornata di luglio, eravamo in tre o quattro nello studio. Squilla il telefono e papà risponde. Ci dice poi. "ascoltate la radio, io devo andare a vedere un amico". Disse qualche altra cosa a Mammà e uscì. Dopo un po’ la radio annunciò che il Re aveva destituito Mussolini. Il periodo della caduta di Mussolini è molto confuso nei miei ricordi. Rimanemmo poco in Via Monte del Gallo. Papà partì per il Nord e noi ci trasferimmo provvisoriamente in un palazzetto al centro di Roma (il Palazzo delle Scimmie, n.d.r.). Mentre eravamo ancora in Via Monte del Gallo qualche banda scorrazzava davanti casa urlando "qui abita un fascista". Mia madre era preoccupata e zio Francesco mandò una guardia Palatina. Per qualche ragione collego questo periodo con l'arrivo a casa di un certo signor Mangione. Fu sistemato nel seminterrato dove erano sistemati gli uffici. Mi rimase impresso il nome, poiché qualcuno diceva che anch'io ero un "mangione". Chi mi pigliava in giro poteva essere il figlio di questo signor Mangione che doveva avere un anno più di me ed era mio complice in tante scorribande.

Ricordi fotografici della casa e dei suoi dintorni?

Non mancano. Non ho dimenticato ad esempio lo studio di papà, che si trovava prima delle scale che scendevano in cucina e nel tinello, sulla destra. All'interno, sempre sulla destra, una porta immetteva nel salotto. Sulla sinistra c'era la scrivania. Salendo le scalette del tinello si accedeva al giardino. Di fronte alle scale c'era un grosso albero di mimose su cui ci arrampicavamo malgrado ci fosse stato proibito. Scendendo, una volta, caddi e rimasi appeso ai pantaloncini. Qualcuno mi tirò giù. Ricordo che la mia preoccupazione era rivolta ai pantaloni: se li "sgarravo" erano guai. Non si "sgarrarono".  Mammà mi strillava poiché diceva che mi ci volevano un paio di pantaloni al giorno. Poi me ne comprò un paio che diceva erano fatti con una stoffa che si chiamava "pelle di diavolo". Erano marrone scuro lucidi. Quando rimasi appeso all'albero non si "sgarrarono".

Di fronte alla casa c'era un prato in lieve pendenza, che si ricongiungeva con Via Monte del Gallo dopo la curva. Da qualche parte in fondo c'era una strada che si chiamava Via delle Cave. I "ragazzacci", così li chiamava Mammà, di Via delle Cave e quelli di Via Monte del Gallo avevano formato due bande ed ogni tanto si fronteggiavano a sassate proprio sul prato di fronte a casa nostra. Da dietro la rete del giardino (o erano inferiate?) guardavo la battaglia, poi qualcuno in casa mi urlava di rientrare. Ogni tanto, quando la sassaiola si faceva più fitta, papà si vestiva da ufficiale della Prima Guerra Mondiale e scendeva per strada. All'urlo "arriva il Maresciallo" scappavano tutti.

Rivolti verso via Monte del Gallo sulla destra confinavamo con una palazzina dove al pian terreno abitavano delle "zitelle" con il fratello "Monsignore" (Ponti n.d.r.). Avevano un bel giardino con alberi da frutta. La parte del nostro giardino che confinava con il loro era divisa da una rete e talvolta andavamo a rubare la frutta sugli alberi. Non ricordo i complici di queste mie imprese. Una volta mentre ero sull'albero di albicocche uscirono in giardino le due sorelle, che vennero a sedersi proprio sotto l'albero. Rimasi immobile in mezzo alle foglie per un tempo infinito. Ad un certo punto si alzarono per andare incontro al fratello Monsignore che stava arrivando, consentendomi così di squagliarmi.

Oltre al Monsignore, con chi altri confinavate?

La palazzina dove abitavamo aveva il giardino su tre lati. Un lato in via Monte del Gallo, sull'altro lato confinava con il giardino del Monsignore e sul retro confinava con un prato. Il confine con questo prato era segnato da un muro molto alto, di contenimento, che, accompagnando il terreno, scendeva verso la fine del giardino con un muretto basso recintato con paletti e rete. In quella zona il giardino terminava in uno spiazzo quadro, piastrellato, che chiamavamo "garage". Sotto, in effetti, c'era un garage con l'entrata da Via Monte del Gallo. Ed era da questa parte del giardino che potevamo avere contatto diretto con i "ragazzacci", che ogni tanto "pascolavano" in questo prato. Era proibitissimo dare confidenze e parlarci: se si avvicinavano alla rete dovevamo o cacciarli o andarcene. Una volta ero solo e un paio di questi da dietro la rete mi chiamarono: mi volevano dare un regalo. Mi avvicinai ed essi mi passarono dalla rete un pacchetto e scapparono. Dentro c'era un pezzo di "stronzo". Siccome dicono che sono fortunato, chissà che non fu quella "cacca" a portarmi fortuna.

 

 

Monte del Gallo Nuova

La casa un po' di anni dopo

 

GEMELLE

 

Quali ricordi conservate?

ROSETTA: Ricordi di bambini in tenera età. D'altronde dovemmo andare ben presto al collegio di Camerino allo scoppio della guerra. La prima immagine che mi viene in mente è di noi fratelli che giochiamo a nascondino. Ci era proibito entrare nelle camere del primo piano, ma io mi nascondevo dietro le persiane di quelle stanze, forse affascinata da ciò che ci era proibito.

ANTONIETTA: Mammà aveva un bel da fare con noi: come lei stessa mi aveva raccontato, un giorno trovò Vanna, Ernesto, Annamaria e Franco che camminavano sul cornicione. Vanna era la capobanda.

ROSETTA: Quando ne combinavo qualcuna Mammà mi chiudeva in bagno ed io mi calavo dalla finestra con l'aiuto di Franco. Fuori c'era un giardino, che ricordo grande con due biancospini e un albero di mimose.

Episodi significativi?

ANTONIETTA: Potrei parlare della visita di Mussolini, cui Mammà aprì la porta con Andrea in braccio, ma non ero testimone oculare. Meno importante, ma più gustoso l'episodio della balia di Andrea, la quale, dopo una cena a base di pesce, pietanza a lei sconosciuta fino a quel giorno, si domandò con stupore come facessero "questi signori" a ingerire cibi così duri e spinosi: era riuscita a ingerirlo per intero, senza scartare nulla.

ROSETTA: Io amo invece ricordare una scena abituale: nonna Rosa che ci accompagna con l'autista alla Nunziatura Apostolica. Mi viene in mente una fontana ghiacciata su cui giocavo: il ghiaccio si rompe, lascio immaginare le conseguenze.

ANTONIETTA: Ricordi, Rosetta, i signori Meier, la coppia ebrea con bambino, ospitati negli uffici sotterrranei? Lui lavorava con papà.

ROSETTA: Per niente. Non stai facendo un po’ di confusione?

ANTONIETTA: Ma come fai a non ricordarti? Il bambino era appena più grande di noi e mi faceva la corte.

ROSETTA: Ma stai scherzando? Al tempo della clandestinità degli ebrei c'era la guerra e noi eravamo a Camerino.

ANTONIETTA: Rosetta, ti ggiuro ...

Grazie, arrivederci.

 

ZIA VANNA

Il ricordo più bello della mia infanzia

Papà mi portava spesso con lui a trovare il nonno, al quale davo subito un bacino anche se a vederlo mi faceva un certo effetto. Aveva un lungo grembiulone nero e forse una papalina in testa.

Il nonno chiamava subito il ragazzino di bottega e lo mandava a comprare il fegato per i gatti, lo tagliava e lo dava loro da mangiare.

Tutto questo era molto interessante, ma io ero affascinata dagli specchietti e dai calendarietti profumati e colorati in mostra sugli scaffali.

Quando papà aveva finito di parlare con il nonno, tornavamo a casa.

Davo il bacino al nonno e felice prendevo la mano di papà con il solito regalino in pugno.

Era tardi, le strade erano deserte, il sole picchiava e dalle case sul lungotevere veniva un forte profumo di frittate. Avevo una gran fame, la mano forte di papà mi proteggeva, e io mi sentivo la bambina più felice del mondo.                                                                                  

 

Vanna in mezzo a Ernesto e Franco

 

 

COME ZIO FRANCESCO RICORDA  

Apro la sezione “La casa di Via Monte del Gallo” e subito l’impatto della foto della casa appena costruita, in un’ampia visione ai margini del Vaticano, mi colpisce e mi blocca. Mi prende un’emozione improvvisa che mi riporta di colpo in un periodo lontanissimo, oltre settant’anni…. il primo della mia vita che la coscienza della memoria ricordi.

Una sfera di minime, eppur care esperienze, arruffate nel tempo ma vivide, torna d’incanto. E’ una sensazione forte, come onirica… quell’abitazione, quel giardino, …dove stranamente navigano spesso, ancor oggi, le bizzarrie dei miei sogni: un nesso tanto strano quanto inatteso.

Mi soffermo ad esaminare la foto e provo a farne una descrizione, punteggiandola di qualche piccola memoria.

Noto intanto che non era stata ancora costruita l’inferriata, ricoperta  col tempo da una rigogliosa edera, a protezione del giardino.

La finestra del primo piano spalancata a sinistra, era la camera da letto di mammà e papà. Da qui spesso saltavo per andare in giardino (per evitare il lungo corridoio, le scale interne, le stanze “di sotto” e le scalette risalenti verso la bellissima mimosa: e anche perché mi piaceva farlo).

Nel mezzo si vedono le due finestre del doppio salone: una parte salotto ed una sala pranzo per le occasioni speciali; questa era affrescata in alto sulle ampie pareti, da una striscia colorata di putti, pavoni, ghirlande e con lo stemma “Cana Fides” dei Borgongini Duca.

Sulla destra la finestra dello studio di papà.

Sul lato opposto, oltre il corridoio, l’entrata e le quattro stanze da letto (una di queste era lo studio di Ernesto, la cui scrivania con cassetti era una piacevolezza da frugare ed esaminare: mi ricordo ancora la mia meraviglia nell’ascoltare la radio a galena che aveva costruito….. e come si arrabbiava quando lo scopriva…. soprattutto perché l’ordine delle cose era stato cambiato, magari avevo messo le sigarette Macedonia extra  al posto delle Milit o altro).

Potrei descrivere nei particolari tutte le stanze dei due piani, in quanto per evidenti esigenze, man mano che si cresceva negli anni, ho dormito in tutte (ad eccezione del bagno e del corridoio).

Le molteplici attività si svolgevano soprattutto nella parte del seminterrato (“di sotto”) adibito ad abitazione. Vi si accedeva da scale poste in fondo al corridoio, vicino allo studio (nell’altra parte c’erano lo studio del segretario di papà, varie stanze di sgombero e la cantina ).

 Le scale interne avevano sulla sinistra  un piccolo ballatoio (dove usualmente si mettevano fiaschi di vino; una volta presi l’unico poggiato a terra, e ingollai un bel sorso….ma  era varechina. Quirina, una delle due donne di servizio, mi fece bere litri d’acqua, calda, come disse il dottore cui mammà aveva telefonato).

Si scendeva “di sotto” dove c’era un zona di passaggio centrale con bagnetto e caldaia a carbone (che avevo imparato a caricare e gestire).

 Sulla destra la cucina; da questa si accedeva, sulla sinistra ad un’altra stanza, ora di sgombero, ora di emergenza per dormire (qui Eola, giovane ragazza dalle fattezze muliebri/popolane, che sostituiva l’altra donna di servizio, Marianna, mi fece sdraiare su di un lettino e….. tentò di sedurmi; avevo al massimo 10/11 anni. Fu rispedita a casa: particolari a richiesta, non per iscritto).

Per andare in giardino si passava dalla stanza da pranzo: questa aveva due armadi a muro uno dei quali era chiuso a chiave; c’era ogni ben di Dio di derrate, compresa la marmellata che riuscii a rubare sino a quando non fui scoperto. E mammà volle vedere come riuscivo a compiere il misfatto (ferretto ricurvo per abbassare e sollevare i chiavistelli delle ante: non vorrei sbagliare, ma mi sembra che me lo insegnò – o la vidi - Vanna).

Questa stanza comunque è stata il fulcro della vita della nostra grande famiglia: per anni un continuo andirivieni, dall’accensione mattutina dei fornelli a carbonella, sino alla sera quando tutti si stava all’ascolto della radio, chi attorno al tavolo e chi con la sedia vicino l’apparecchio (il cui frontale aveva, se non ricordo male, un fascio littorio ed una spiga di grano in luccicante acciaio)

…… sino a quando risuonava l’ordine indiscusso…. sono le 9, sono le 8….. a letto. E non c’erano brontolii che potessero ammorbidire l’invito perentorio.

Al mattino iniziava la sarabanda, in apparente disordine di movimenti, sollecitati nei propri doveri …..alzati!.. il bagno… lavati il collo e le orecchie.. sbrigati …ma è occupato, vai a lavarti di sotto… la colazione,  e poi la scuola. Chi a piedi, chi con la Buick del Corpo Diplomatico di nonna Rosa. Tutto sotto l’infaticabile direzione di mammà. Poi c’era l’avvio delle faccende domestiche, verso il pranzo.

Nonna Rosa: che quando veniva mi riempiva di dolcetti, perché aveva deciso che avrei dovuto fare il sacerdote. Ma non mi sconfinferava per niente di fare il prete, e glielo dissi; credo fossi in 2° elementare. Addio dolcetti. Allora chiedevo a mammà qualche soldo per andare dal nonnetto, il marito di Marianna. L’ ho visto per anni sempre vestito con pantaloni e giacca grigi, flosci, un po’ di rammendi e qualche rattoppo. Girava col suo vassoio quadrato in legno, retto da una tracolla bisunta e urlava ……mostaccioli, fusaje, bruscolini… caldarroste…. Aveva anche golose stecche caramellate a strisce colorate, e figurine.

Giornate allegre, giocose o percepite serie, con qualche rimbrotto o sgridate, e si cresceva …. Anche a forza di olio di fegato di merluzzo ….guardate Francesco com’è bravo, e dovevo essere d’esempio ad Antonietta, Rosetta ed Arnaldo … che però, seduto sul seggiolone, serrava le labbra e girava di scatto la testa a destra e sinistra…..niente da fare, e mammà desisteva. Allora Antonietta, paffuta e con fossette, riccioluta d’oro e gli occhioni spalancati, protestava…..  perché lui no!?

I “grandi”, Ernesto, Franco, Vanna, Annamaria, crescevano intrecciando tra loro studi, interessi, divertimenti. Quando papà comprò per il salone un bellissimo mobile, con radio, giradischi e l’occhio magico verde, cominciarono le serate di ballo con i loro amici; io m’infiltravo per mangiucchiare qualcosa ma venivo regolarmente cacciato. 

Cercavo di giocare con i piccoli, ma questi finivano sempre  per piangere: dicevano che ero prepotente…

Preferivo allora starmene a fantasticare sviluppando le storie del Vittorioso o del Corriere dei Piccoli a cui papà mi aveva abbonato: me ne stavo beato sui rami più alti della profumata mimosa, dove mi raggiungeva il gattino bianco o sull’edera dove la robusta nodosità mi permetteva di sedermi, oppure all’ombra del biancospino.

Talvolta sconfinavo nel giardino di Monsignor Ponti…. nespole e albicocche erano una tentazione… Un giorno le “zitelle”, le sorelle del Monsignore, una magra come un chiodo (Emma) e l’altra grassa, mi scoprirono  mentre facevo la pipì dall’albero di gelso. Sapevo che papà mi avrebbe sculacciato sdraiato sulle sue ginocchia e allora misi sotto i pantaloncini un giornale. Alla seconda sculacciata fece…. mah….cos’hai sotto…. E poi, sforzandosi di non ridere, andò da mammà, che venne a rimproverarmi per il fatto del giardino. Così la scampai.

E Andrea? Ricordo che, ancora sul seggiolone, durante la guerra, cantava agitando il cucchiaio … rapidi ed invisibili.., la canzone dei sommergibilisti. Invece che per il mare, ora va sempre in aereo.

Francesco